martedì 4 febbraio 2020

Razzismo sistemico: cos'è

Ritirando il premio come miglior attore protagonista domenica per il suo ruolo nel film Joker ai Bafta Film Awards 2020, il 45enne Joaquin Phoenix ha ricevuto un applauso alla Royal Albert Hall da un pubblico che includeva membri della famiglia reale inglese.

L'evento è stato già fortemente criticato per la mancanza di diversità nelle nomination.
Dopo aver accettato il premio, per il quale tutti e cinque i candidati erano “bianchi”, Phoenix ha dichiarato di sentirsi onorato.

"Ma mi sento in conflitto", ha aggiunto, lasciando la sala in un silenzio sbalordito. "Così tanti dei miei colleghi attori che meritano non hanno lo stesso privilegio.

"Penso che stiamo inviando un messaggio molto

chiaro alle persone di colore che qui non sono benvenute. Questo è il messaggio che stiamo inviando a persone che hanno contribuito così tanto al nostro cinema e al nostro settore in modi di cui abbiamo beneficiato.

"Non credo che qualcuno voglia un trattamento preferenziale, anche se è quello che ci diamo ogni anno."

L'attore Joaquin Phoenix ha parlato quindi di un "razzismo sistemico" nell'industria cinematografica.

Ma cos’è il razzismo sistemico? Annamaria Rivera, professoressa di Etnologia e Antropologia sociale all’università di Bari e antropologa, saggista, scrittrice e attivista, spiega che il razzismo diventa sistemico quando è anche istituzionale e mediatico. Quando l’intolleranza verso determinati gruppi o minoranze, già diffusa nella società, è sollecitata e incoraggiata dalle istituzioni e dagli apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e dal sistema dell’informazione, è allora che s’innesca il classico circolo vizioso del razzismo. A me sembra che oggi, più che mai, siamo in questa fase. Le continue esternazioni da parte di esponenti del governo in carica, in particolare dell’ex ministro dell'Interno, all'insegna dell'intolleranza, del disprezzo, della discriminazione e de-umanizzazione di migranti, rifugiati/e, Rom e Sinti non fanno che alimentare quella che Hans Magnus Enzensberger ha definito “socializzazione del rancore”. Tra le classi popolari, in particolare, il risentimento per le condizioni economico-sociali che si vivono sempre più viene indirizzato verso capri espiatori, i più vulnerabili: come ho detto, migranti, rifugiati/e, Rom e Sinti, insomma chiunque possa essere alterizzato/a e de-umanizzato/a.

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