martedì 18 febbraio 2020

Razzismo nella scienza

L’errata quanto folle idea che i membri di una presunta razza siano intellettualmente superiori agli altri è una forma di aberrazione con cui occorre confrontarsi regolarmente.

Di recente è salito alla ribalta, facendo scandalo, la nomina di Andrew Sabisky come consigliere del primo ministro britannico, il quale afferma che i neri americani hanno un QI medio inferiore rispetto ai bianchi. Tuttavia, i precedenti sono assai più profondi e inquietanti.

Nei tempi moderni, lo studio più spesso lanciato

come "prova" a supporto di tali farneticazioni è una ricerca del 2006 dello psicologo inglese Richard Lynn. Nella pubblicazione, Lynn ha concluso che gli africani neri avevano un QI medio inferiore a 70, rispetto al QI occidentale medio di 100. Ciò, ha affermato, spiega il basso livello di sviluppo economico nell'Africa sub-sahariana.

Quattro anni dopo tale concentrato di fandonie è stato screditato in modo massiccio. Nel 2010, i ricercatori hanno scoperto che Lynn aveva sistematicamente e volutamente ignorato nei suoi calcoli gli africani con punteggi QI elevati, ma questo era ben lungi dall'essere l'unico problema che avevano rilevato e alla fine della loro analisi dichiararono che non c'erano prove a sostegno delle affermazioni di Lynn in ogni caso.

Non che questa necessaria revisione abbia del tutto lenito il danno. James Watson, che ha scoperto la struttura del DNA, ha fatto riferimento allo studio di Lynn durante la sua incursione sulla questione. Nel 2007, Watson dichiarò di essere "intrinsecamente cupo" sulle prospettive dell'Africa perché "tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia come la nostra, mentre tutti i test dicono, non proprio".

Watson si scusò per le sue osservazioni, ma in seguito sembrò riaffermarle quando raccontò a un documentario PBS del 2019 che le differenze nei punteggi QI tra neri e bianchi erano determinate dalla genetica.
Di tutta risposta, Francis Collins, genetista e direttore di spicco del National Institutes of Health degli Stati Uniti, ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna ricerca credibile a sostegno della tesi di Watson. Ha espresso il suo sgomento per il fatto che uno scienziato di spicco abbia perpetuato "tali credenze scientificamente non supportate e dannose".

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