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Visualizzazione dei post da Gennaio, 2019

Il volto del razzismo

Il volto del razzismo.
Il volto del razzismo è nell’espressione di un ragazzo che irride un anziano signore.
Ma tu leggi pure come il pronipote di una massa informe di colonizzatori, composta da gente in cerca di fortuna, ma anche di assassini e criminali di ogni tipo, che si permette, sotto l’obiettivo della camera e gli sghignazzi dei suoi compari, di prendersi gioco del discendente delle vittime del genocidio più trascurato della storia, con almeno cento milioni di morti.
Ecco, osservalo con me…


Eccolo, il volto del razzismo.
Quell’espressione ottusamente spavalda.
Quel sorriso tanto ebete quanto privo d’empatia.
Quegli occhi freddi e senza alcuna luce intelligente.
Quel viso, sprezzante e intollerante, non viene dal nulla.
Qualcuno, tra pseudo genitori, cattivi insegnanti di professione o solo per vocazione, vergognosi esempi fatti persona, gliel’hanno disegnato sulla nuda pelle.
Questo è il volto e il figlio.
Del razzismo.


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Il cadavere di un bianco

C’era una volta il bianco.
Ovvero, il presunto colore della pelle di un cadavere trovato laggiù, oltre mare.
In Africa, già.
Ilcorpo di un uomo bianco.
Perché va chiarito, non è razzismo, dicono.
Le parole servono a questo.
A dare un nome alle cose.
A coloro che non ne hanno uno solo.
E soprattutto a quelli le cui generalità non contino affatto, ma solo il colore della pelle.
Perché ci sono parole che sono tutto.
E altre che sono meno di niente.
Ecco perché si perdono nel buio, oscurità dentro se stessa, nero tra il nero più nero.
D’altra parte, si potrebbe magari titolare scrivendo trovato un cadavere, punto.
Rivenuto il corpo di un uomo, e basta.
Per poi informare e aver cura degli essenziali dettagli nell’articolo, o storia che sia.
Perché il senso, ovvero lo scopo della presenza della pagina, il legame che si palesa tra chi la crea e chi la legge, è quello.
Informare e aver cura degli essenziali dettagli.
Invece, ecco ciò che accade.
Trovato il cadavere di un bianco.
Il corpo di un uo…

Sono sempre lì

È sempre stato lì, ha dichiarato di recente Deta Hedman, campionessa britannica di origini giamaicane, parlando del razzismo, nonché citando citando l’ultima email ricevuta dopo la recente sconfitta.
Ucciditi, diceva il testo della missiva.
Non si dovrebbe mandare a nessuno, un messaggio del genere, ha commentato, anche se ha anche aggiunto che tali attacchi nel tempo non l’hanno scoraggiata del tutto e che li ha affrontati cercando di farsi ancora più forte.
Non tutti hanno tale vigore d’animo e volontà, purtroppo.
Nondimeno, la Hedman ha ragione da vendere.


Come le loro stolte aggressioni, i razzisti sono sempre stati lì.
Anzi, sono sempre lì.
Ma al contempo, da qualche parte, magari proprio accanto, rei di un’ingiustificata inconsapevolezza, vi sono coloro che razzisti non sono.
Ecco, è tutto lì, il gioco delle parti che può rendere il teatro vivente un luogo migliore.
Quello dove le voci egualitarie e sane del mondo guadagnino il proscenio e, schierandosi al fianco delle vittime, c…