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Quelli che non è razzismo

C’era una volta una voce.
La puoi sentire anche ora.
Di sicuro ne puoi leggere le parole.
O i deliri, che tanto la musica non cambia.
Gli arditi commenti da tastiera.
E i monologhi urlati al riparo di un’arrogante poltrona da PC.
C’era una volta, è purtroppo ci sarà anche domani, la voce che innanzi al video dell’adolescente aggredito dal compagno di scuola in inghilerra, così come di fronte a ogni tipo di gesto e insulto discriminatorio, ti dirà che non è razzismo.
Che da noi non esiste il razzismo.
Solo qualche mela marcia.
Che si tratta solo di una goliardia.
Di classiche zuffe tra ragazzi.
Che ci sono sempre state e sempre ci saranno.
Che non bisogna tirare in ballo il razzismo per tutto.
Concedendoti, al massimo, che magari si tratta di normale bullismo.
Anche se quest’ultimo accostamento di parole dovrebbe essere vietato da ogni tipo di sintassi.
C’era una volta, quindi, il razzismo per chi ne nega l’esistenza.
Dove se un ragazzino immigrato dalla Siria viene sottoposto a una versione scolaresca del waterboarding da un compagno inglese, l’origine di entrambi non c’entra.
Come se non fosse questo che viene insegnato ogni giorno da tanti, troppi governi di questo mondo...

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Se Liam Neeson fosse stato nero

Di recente, l’attore irlandese Liam Neeson è salito alla ribalta per un’intervista, in occasione della quale ha raccontato un episodio personale.
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Ebbene, la star ha così dichiarato – seppur vergognandosi di se stesso – di essere andato in giro per quasi una settimana ogni giorno armato di un bastone sperando che qualche “bastardo nero” lo provocasse.
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Il volto del razzismo

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Ecco, osservalo con me…


Eccolo, il volto del razzismo.
Quell’espressione ottusamente spavalda.
Quel sorriso tanto ebete quanto privo d’empatia.
Quegli occhi freddi e senza alcuna luce intelligente.
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Del razzismo.


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Il cadavere di un bianco

C’era una volta il bianco.
Ovvero, il presunto colore della pelle di un cadavere trovato laggiù, oltre mare.
In Africa, già.
Ilcorpo di un uomo bianco.
Perché va chiarito, non è razzismo, dicono.
Le parole servono a questo.
A dare un nome alle cose.
A coloro che non ne hanno uno solo.
E soprattutto a quelli le cui generalità non contino affatto, ma solo il colore della pelle.
Perché ci sono parole che sono tutto.
E altre che sono meno di niente.
Ecco perché si perdono nel buio, oscurità dentro se stessa, nero tra il nero più nero.
D’altra parte, si potrebbe magari titolare scrivendo trovato un cadavere, punto.
Rivenuto il corpo di un uomo, e basta.
Per poi informare e aver cura degli essenziali dettagli nell’articolo, o storia che sia.
Perché il senso, ovvero lo scopo della presenza della pagina, il legame che si palesa tra chi la crea e chi la legge, è quello.
Informare e aver cura degli essenziali dettagli.
Invece, ecco ciò che accade.
Trovato il cadavere di un bianco.
Il corpo di un uo…